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Dopo la grande invernale al Nanga parte la stagione in Himalaya

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Photo courtesy wikimedia commons

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BERGAMO – L’Himalaysmo è low cost, non da oggi a dire il vero, e non certo per i suoi protagonisti, ma per la possibilità di trovare supporter e sponsor. Qualcuno dirà che il “mercato è saturo”, che tradotto significa che c’è un mucchio di gente che ormai sale gli ottomila. Ma è poi vero?

Di gente che sale l’Everest, senza ossigeno, a parte questi ultimi due anni di tragedie che di fatto hanno “chiuso” l’accesso alla montagna, tra i 500 che sul tetto del mondo ci arrivavano annualmente, quelli che salivano veramente alla quota di 8850 metri, vale a dire senza ossigeno, si contavano sulle dita di una mano.

Si perché, ne discutevo oggi con Maurizio Gallo, salire 14 volte in cima all’Everest, essendo attaccati all’ossigeno e portando con sé clienti ossigenati, è un lavoraccio durissimo, ma si tratta di un lavoro; così come continua ad essere un record poco, molto poco sportivo correre in vetta avendo dei colleghi che hanno depositato una bombola di ossigeno ogni 300 metri e battere il primato di velocità, ciucciando 4/5 litri al minuto del prezioso gas e trovandosi di fatto a camminare a una quota sotto i quattromila metri. L’ossigeno non sarà doping, ma modifica tantissimo la prestazione in quota e pertanto al doping assomiglia molto. Oggi l’himalaysmo con l’ossigeno è largamente prevalente e mentre in Patagonia ti fanno pelo e contropelo sulle difficoltà e le condizioni di una salita, in Himalaya la reticenza sul dire se sei salito con o senza ossigeno è abbondantemente tollerata.

La verità è che una volta i sogni nascevano guardando le fotografie delle montagne e leggendo avvincenti relazioni, oggi guardando dentro al portafoglio. Un amico himalaysta, uno dei pochi che ancora ha voglia di confrontarsi con gli ottomila, che vuol provarci mi ha detto: “Sarà anche non più di moda, ma a me piacerebbe arrivare ai 14 ottomila”.

Certo la “competizione” forse non è nelle corde dell’alpinismo, ma perché ormai c’è un monopolio e perché chi ha avuto la capacità e la fortuna di trovare una strada nel mercato della comunicazione e degli sponsor sfrutta a fondo questa sua posizione, meritata per carità. Ma non ce n’è per nessun altro. C’è qualcuno che pratica ancora un buon alpinismo e magari è anche un buon comunicatore, ma trovare chi supporti tutto questo non è per niente facile. Nonostante anche le grandi montagne abbiano bisogno di essere ben raccontate.

Gli alpinisti continueranno a salire gli ottomila e dovranno scegliere a breve, guardando il fondo del loro borsellino, una meta in Himalaya o Karakorum per l’anno 2016.

La verità è che non ci sono più giovani alpinisti che pensano a queste montagne con la voglia di fare nuove vie, nuove pareti e che inseguono sogni.

Le invernali sono state una bella invenzione ed hanno dato successo e visibilità mediatica a Simone Moro (ed anche all’alpinismo himalayano), che di questa specialità s’è consacrato il campione. È una strada aperta e chi vorrà sfidare ora il K2 in inverno, o semplicemente provare a salirlo, ha una bella gatta da pelare. Poi probabilmente ci sarà la corsa a chi salirà i 14 ottomila in invernale. Ma se dovessi oggi pensare ad un alpinista adatto al K2 invernale francamente mi troverei nell’imbarazzo nel constatare il grande vuoto che si è creato in questa specialità dell’alpinismo. Sono mancati i giovani, alcuni anche fisicamente, e pure tra i meno giovani, oltre alle belle carriere e storie, è rimasto molto poco. Sarebbe bello poter fare altri nomi di alpinisti con la passione per le grandi montagne ed imprese. Ci piacerebbe raccontarle.

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5 risposte per “Dopo la grande invernale al Nanga parte la stagione in Himalaya”

  1. samuele scrive:

    Sig. Da Polenza così mi onora, ha fatto sparire il Confortola e riscritto l’articolo?

  2. Omar scrive:

    D’altronde chi meglio di te Agostino conosce il mondo alpinistico hymalaiano e le sue dinamiche?! Per l’invernale al K2 (sarà un’impresa titanica) vedo Urubko uno dei papabili per il tentativo. Ma del resto, chi vivrà vedrà!!

  3. stefano scrive:

    il K2 in inverno è praticamente impossibile. ammettiamo che salgano la via Abruzzi. campo 1,2,3,4. arrivi a campo 4 e devi avere una giornata perfetta per riuscire a salire in vetta e rifare in sicurezza il collo di bottiglia. E se riesci a fare questo, devi comunque dormire a campo 4 che è quasi a 8000 metri . Al Nanga il campo 4 era a 7000. Ammesso che sei arrivato fin qui, devi aver calcolato altri giorni di bel tempo per scendere ( considerando anche la fatica estrema e l’altitudine maggiore del Nanga ) da 8000 fino al campo base. Ci vogliono più giorni di bel tempo rispetto al Nanga Parbat e una condizione fisica, atletica e mentale ancora più grande, perchè altrimenti il traverso, il collo di bottiglia e la piramide nera non le scendi. gradirei sapere da Agostino cosa pensa di quello che ho scritto.

    • Agostino Da Polenza scrive:

      È vero, praticamente impossibile , ma non impossibile. Campo quattro devi posizionarlo a quota attorno ai 7600. Quando salimmo il K2 nell’86 con Gianni Calcagno, Tullio Vidoni, Soro Dorotei, josef Raconcaj,Martino Moretti, Benoit Chamoux impiegò 23 ore per salire dal base in vetta, rientrando pii a campo 4. Gli altri fecero: base/campo2, campo2/campo 4, campo4/vetta e rientro al 4, base. Tre giorni in salita, uno per tornare al base.
      C’è da pensarci molto bene e continuare a far ancora tesoro del consiglio di Massner per il Nanga: “pazienza e velocitá”. E il base deve essere un signor base.

      • stefano scrive:

        tra l’altro, ripensando alle gesta di Simone e il fissare campo a “soli” 7000, il problema acclimatamento non è banale. Penso sia necessario salire e dormire in prossimità della Spalla almeno una volta, prima del tentativo di vetta. A meno che qualcuno non tenti la cima con l’ossigeno per avere qualche speranza in più di successo. Tutti parlano della prima conquista del K2 in invernale, ma anche l’Everest senza ossigeno invernale sarebbe un risultato a dir poco storico e stupefacente.

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